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Jota: quando una parola si fa minestra

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JOTA: quando la parola si fa minestra. Dalla Carnia all'Istria, da cibo per poveri a emblema gastronomico di una grande città- Rnos Costantini ci racconta in tutti i particolari l'affascvinante e per certi aspetti sconosicuta storia della iota (jota). Estratto dall’articolo pubblicato nel numero 5 del giugno 2010 di Tiere furlane © 

La prima attestazione della jota in Friuli risale al 1432: nei cividalesi quaderni dei Battuti di quell'anno possiamo leggere fa uno buino iottho 'fare una buona jota'.
La -o finale non desti meraviglia: nel cividalese dell'epoca le parole femminili si chiudevano con questa vocale, esattamente come ancora succede a Rigolato, in Carnia. Leggendo il passo nella sua integrità possiamo, forse, conoscere gli ingredienti:

la fradaglo si è oblegiado di fa ogni anno uno favo over elimosino chun star di forment 9 e chun stars di favo 3 e chun chiar di purçiel e chun altris chiosis chu s'apartien a fa uno buino iottho e favo grasso.

Si tratta di una elemosina che ogni anno la confraternita dei Battuti (la fradaglo) faceva ai poveri, elemosina chiamata anche favo
perchè in essa entrava sempre (e, probabilmente da sempre, la fava): di 9 staia di frumento e 3 staia di fava. Per fare una buona jota ci volevano anche la carne di maiale (chiar di purçiel) e altre cose (altris chiosis) che saranno stati condimenti vari, cipolle, erbe aromatiche, ecc.

Non è chiaro, però, se le fave entrassero nella jota o venissero servite a parte. Si potrebbe anche supporre che il frumento, anziché entrare nella pietanza, potesse essere panificato. Ricordiamo, però, che all'epoca non c'era il mais, non c'erano i fagioli che conosciamo noi, e non c'erano le patate; ci pare probabile, quindi, che nella Jota potessero entrare tanto il frumento che le fave.

dida del frammento di immagine in apertura pagina

Documento della fraterna cividalese di Santa Maria dei Battuti o, come è scritto sul frontespizio, Quadern dello fradaglio di sento Mario di Cividataustria. Correva l'anno 1432, o M.CCCCXXXII quando il cameraro, mestri Lenart chialiar, vergò il sopra riportato scritto, certo non sapendo che dopo quasi seicento anni qualcuno si sarebbe interessato alla jota (lui scrisse jottho, ch'egli avrebbe fatto distribuire ai poveri, chun chiarn di purçiel.

Nell'Ottocento


Nell'Ottocento le testimonianze relative alla jota si moltiplicano. Nel Vocabolario friulano (1871) dell'abate Jacopo Pirona la jota è una 'vivanda
liquida', ma la chiama anche 'broda', con un termine che, almeno oggi, non è elogiativo. L'abate non fa menzione di specificità geografiche; si può a buona ragione dedurre, quindi, che la 'vivanda liquida' fosse nota in tutto il Friuli. © 

In effetti ne parla anche Il Contadinello, Lunario per la Gioventù agricola per l'anno 1891 che, notoriamente, usciva nel Friuli austriaco. A pag. 66 del detto Lunario si dice che la bruàda può essere mescolata, come del resto il craut, alla minestra di fagiuoli la quale, così, prende il nome di jota.

Chi fa specifico riferimento ad una jota carnica è Valentino Ostermann in La vita in Friuli edito nel 1894. Egli afferma che è una minestra che si mangia la sera e ne fornisce la composizione: "specie di amalgama di farina, zucche grandi da seme, erbaggi triturati, grani freschi di mais, fagiuoli, ecc. posti a bollire in molta acqua e poco latte".

Quattro anni dopo ne scrive, con maggior dovizia di particolari, Luigi Gortani nella Guida della Carnia della Società alpina friulana. Il Gortani, dopo averci spiegato come si ottiene la brovada carnica ci illustra il suo impiego: "La brovade in tal modo ottenuta è un elemento indispensabile per compor bene la jote, alla quale comunica un sapore acidulo gradevole. Quando si vuol adoperarla, se ne prende un balòn, ossia quel tanto che occorre per una volta, lo si mette a rammollire alcune ore nell'acqua, si fa bollire, si pesta (d'onde acquista anche il nome di pestadice), e si mette a cuocere con fagioli, latte allungato e condimento (burro o lardo), aggiungendovi poi farina gialla, finchè il tutto prende la consistenza della farinata.

Questa è la vera e autentica jote, il cui uso al presente trovasi ristretto quasi esclusivamente alle valli di Gorto e della Pesarina. © 

Dalla Carnia all’Istria (continua) 
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