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Una pagina di storia del vino friulano che parte da Buttrio

A Spessa, quasi un secolo fa, la famiglia Potocco gestiva un’osteria. Domenico, assieme al figlio Pietro, lavorava anche per il Consorzio per la viticoltura nel cantiere di Gagliano di Cividale. Ebbene sì, a Gagliano di Cividale esisteva un Consorzio per la viticoltura! L'attività di questi Consorzi  fu importante per dare una risposta attiva ai danni provocati dalla filossera a fine ‘800. Il cantiere di Gagliano era il centro dove furono sperimentate e applicate le tecniche di innesto, su vite americana, dei vitigni coltivati in Friuli, nella serra di forzatura ancora esistente. Lì Domenico e Pietro Potocco impararono a innestare le viti. Divenuti maestri nell'arte dell'innesto, furono incaricati di insegnare agli agricoltori la loro tecnica. Non solo in zona. Veniva loro pagato il viaggio in corriera per andare a Casarsa, ma padre e figlio raggiungevano i viticoltori pordenonesi in bicicletta, per risparmiare i soldi del biglietto, soldi molto utili, in un periodo – erano gli anni ‘20 – in cui mancava spesso anche l'indispensabile. Il loro impegno fu molto apprezzato e il dottor Guido Poggi, incaricato sempre dal Consorzio, fece loro la proposta di trasferirsi a Buttrio per condurre il
"Vigneto ampelografico" assieme al frutteto. Era il 1926 e Domenico Potocco si trasferì in quel di Buri assieme alla sua famiglia: moglie e 5 figli. Il fondo di Buttrio, in origine di proprietà del signor Giacomo Antonini, si estendeva a sinistra di via Sottomonte, di fronte alla casa della famiglia Casasola, sul lato sinistro della strada che porta a Manzano. Le proprietà passarono successivamente in eredità alla famiglia Toso.
Una pagina di storia friulana a molti sconosciuta, che porta Buttrio al centro del mondo vitivinicolo friulano. Quasi una premessa per la prima edizione – nel 1933 – della Fiera regionale dei Vini: la prima in Italia!
Carlo Toso, impegnato a Roma ad amministrare le proprietà della principessa Borghese, mantenne rapporti di affittanza mista con la famiglia Potocco. Tale forma consisteva nella divisione della produzione di vino al 60-70% per i Potocco e il rimanente al proprietario, che lo vendeva … sempre alla stessa famiglia, affinché potesse a sua volta, rivendendolo, integrare le entrate. Il dottor Poggi forniva indicazioni sulle tecniche e sui prodotti che venivano impiegati
e forniti dal Consorzio, occupandosi dell'acquisto dei concimi e dei prodotti come il solfato di rame e lo zolfo. (Una curiosità: durante la seconda guerra mondiale, il solfato di rame era pressoché introvabile e fu sostituito dal Ramital, simile alla polvere delle strade di campagna (lo chiamavano infatti pôlvar di strade). Lo zolfo ventilato veniva distribuito con la solforatrice a mano chiamata "paganella". 

Poggi, che per le sue visite tecniche raggiungeva Buttrio a bordo di una Balilla guidata da un autista, era prodigo di consigli con Ermanno Potocco (figlio di Pietro) affinché imparasse tutte le tecniche di coltivazione della vite. Provò a migliorare le fecondazione del vitigno Picolit, soggetto ad aborto floreale, con dei sacchetti di plastica infilati sui grappoli. Tale esperimento non ottenne i risultati sperati e il problema fu risolto solo più tardi con l'applicazione di ormoni, che però modificarono le caratteristiche organolettiche del vino. La collaborazione tra la famiglia Toso e il Consorzio durò 12 anni. Tale fu la durata del contratto di affitto, che non fu poi rinnovato. Allo scadere del contratto, il dottor Poggi con l'aiuto di Ermanno e Pietro Potocco fece innestare i vitigni di Buttrio e le selezioni degli alberi da frutto in un podere situato in località San Gottardo vicino Udine. Purtroppo tutto questo lavoro si vanificò e scomparvero completamente sia il "vigneto ampelografico" sia le selezioni degli alberi da frutto. Oggi rimangono solo il ricordo delle persone e la documentazione del Consorzio per la viticoltura a ricordare l'importanza e il ruolo che Buttrio ebbe anche nella sperimentazione del mondo vitivinicolo friulano. I Potocco, forti dell’esperienza acquisita, gestirono sino agli anni '70 un piccolo vivaio di barbatelle, facendosi apprezzare in tutta la regione. Ermanno, maestro d’innesto, ancora oggi si diletta per gli amici ad applicare la sua sapienza.

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