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Malvasia, Friulano o Sauvignon...

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Il ruolo importante dei cloni nello sviluppo dello spettro aromatico.  Che noia che barba, che barba che noia. Questo era il tormentone che Sandra Mondaini diceva al marito Raimondo Vianello a chiusura di ogni puntata della sitcom Casavianello. E che noia che barba, che barba che noia l’ho cominciato a dire anche io a ogni concorso, degustazione, panel, certificazione ecc. ecc. quando arrivano le immancabili malvasie istriane o il friulano che non “sanno” da malvasia o friulano ma… da sauvignon. E ogni volta è la solita storia “siamo sicuri che sia malvasia o friulano?” “controlliamo l’etichetta” “un errore del produttore a imbottigliare?”  Ho chiesto lumi a produttori, enologi, ricercatori. Ho partecipato a convegni ma fino a ora non sono riuscita ad avere delle certezze. Le due scuole di pensiero si dividono in quelli che considerano l’insorgenza di queste particolari sostanze odorose a causa di lieviti o enzimi aggiunti volontariamente e quelli che attribuiscono ciò a fattori climatici. Sul primo punto di vista non psso dire nulla. Potrebbe essere, considerando quante sostanze sono in commercio, ma questa teoria è negata con forza dai  vignaioli e enologi i cui vini presentano le suddette proprietà. Giurano che hanno usato gli stessi lieviti, non hanno aggiunto nessun enzima, non hanno fatto nulla di diverso dagli anni precedenti. Eppure succede. Partiamo da lontano. Le nuove mappature genetiche hanno riscontrato che  sia la malvasia istriana che il friulano sono cugini di primo grado del Sauvignon e del Traminer. Questa è già una informazione importante che indica la possibilità che certe tonalità e sfumature odorose possano intrecciarsi. Poi sappiamo bene che nella annate fredde e umide, come il 2014, i sentori “verdi”, derivati dai mercaptani, tipo peperone, foglia di pomodoro, bosso  si acuiscono. Poi ci sono il terreno, il vento, il sole o non sole. Insomma diecimilaottocentoventisette fattori che possono influenzare l’insorgenza o meno di tali profumi. Ma, forse la cosa più importante, sono i cloni utilizzati nella composizione del vigneto. Si parla di malvasia istriana, per esempio, ma di che clone? Il vigneto è composto da una sola varietà?  Una fortuna inaspettata mi è capitata durante la manifestazione Vinistra, a Parenzo.  C’era lo stand della Vivai Cooperativi di Rauscedo con ben 6 micro vinificazioni di  cloni diversi di malvasie istriane VCR 4 – 113 – 114- 115 e l’ultimo omologato il VCR 26. Per tutti e sei i vini uguali sono l’annata,  il terreno, la conduzione del vigneto, lo vendemmia, la vinificazione, il lievit, e il contenitore. Qui non ci sono possibilità di pasticci. Le sensazioni organolettiche hanno chiaramente dimostrato due tipologie ben distinte.  Quelle fruttate (pesche, litchi, ananas, arancio) e quelle con spiccati sentori erbacei (bosso, erba tagliata, sambuco). La base di mandorla e mela è uguale in tutte ma poi lo spettro olfattivo diverge. Insomma in poche parole certe “sapevano” da sauvignon altre no. Non dipenderà allora tutto dal clone usato? Non sono un agronomo e pertanto non posso dare certezze.  Però, se non altro, ora ho delle informazioni aggiuntive che continueremo ad approfondire su qbquantobasta. 


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