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Il vigneto Friuli al bivio

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Uno dei vincitori del premio Collio Attems è stato l'amico Claudio Fabbro per la pubblicazione di questo articolo nel 2012 sul sito delle Città del vino, articolo che vi riproponiamo integralmente citando ovviamente la fonte: www. terredelvino.net L'articolo si intitola "Il Vigneto Friuli … al bivio, fra

il fascino dei vitigni autoctoni ed il mercato di quelli universali"
Ora, più che in passato, la voglia di conoscere più da vicino le nostre radici è prorompente, sotto
ogni bandiera e latitudine.  Non è un problema solo friulano; vero è che ora, più che in passato, la voglia di conoscere più da vicino le nostre radici è prorompente, sotto ogni bandiera e latitudine. Ecco allora che l’enologo “classico”, quando è chiamato a raccontare di sé, della propria azienda e del territorio in cui opera, sempre dedica alla biblioteca quel tempo che prima passava in laboratorio.
181 a .C.: arrivano i Romani
Con Pinot grigio e Sauvignon si fa fatturato ma con Ribolla gialla, Schioppettino, Refosco e
Pignolo il vignaiolo di casa nostra si riappropria di un diritto prezioso e cioè quello di dichiararecarte
alla mano- che da queste parti il vino si faceva molto prima che arrivasse Napoleone, l’Impero
Austro ungarico e “consulenti vari”; saltando a piè pari la leggenda, di vite e vino si iniziò a parlare
seriamente con la fondazione di Aquileia (181 a.C.) e, grazie ai romani-guerrieri contadini e
vignaioli al contempo si piantarono le prime vigne. Di quale varietà essere fossero resta un mistero.
Secondo Plinio il Vecchio (Historia naturalis, I° secolo d.C.) “ l’imperatrice Giulia Augusta mise in
conto al vino PUCINO gli 86 anni, non bevendone altro. Nasce nel golfo del mare Adriatico, non
lungi dalla sorgente del Timavo, su un colle sassoso, dove alla brezza marina matura per poche
anfore, né si crede ve ne sia di migliore per i medicamenti” .
L’identificazione di questo nobile vino e della sua zona d’origine è ancora aperta. Lo si
immedesima nel Terrano-Refosco (ma da altri-Dalmasso (1957) - nel “chiaretto Prosecco” o
addirittura nel “dorato Vipacco”) soprattutto per quel “nigerrima” sottolineato da Plinio in altro
passo dell’Historia. E, d’altra parte, anche Discoride (o Dioscuride) Pedanio, medico della Cilicia e
contemporaneo di Plinio nel suo “Sulla storia medica” parlando della forza che caratterizza questo
vino, chiamato dai greci Pictano e Paretipiano , ne esalta le virtù curative.
Nel 1170 si registra una compravendita di terreni vitati ( Rebula) in S.Floriano del Collio fra la
Badessa d’Aquileia IRMILINT e agricoltori locali; ancora di “Robiola” si legge in Atti del notaio
Ermanno da Gemona (“Notariorum Joppi”) in un contratto del 1299. Nel 1340 (documento in
Barbana del Collio registrato in Gorizia il 13 novembre di quell’anno) accanto alla Ribolla
compaiono Malvasia, Terrano e Pignolo.
Ritroveremo questi “autoctoni” sempre e comunque, in cene, incontri, doni ed eventi negli anni a
venire.
1632: Il “ Toccai” , dal Collio in Ungheria
Fu nel 1632 che Aurora FORMENTINI (antenata degli attuali Conti di S.Floriano del Collio) portò
in dote (patto dotale relativo alle nozze – 2 febbraio 1632 - con il nobile ungherese Adam
BATTHYANY ) ...”…vitti di TOCCAI…..300. Il “Patto” è custodito gelosamente da Michele e
Filippo FORMENTINI al Castello di S.Floriano del Collio (GO).
1755: il Picolit, nobile passito
Risalgono al 1755 le prime citazioni del Picolit, che il conte Fabio ASQUINI di Fagagna, su
stimolo epistolare dell’agronomo veneziano Antonio ZANON (1696-1770) e conforto di Daniele
FLORIO (1710-1789) - “poeta ed oratore udinese, gran ciambellano dell’imperatore Carlo VI ed
amico del Metastasio” - diffuse commercialmente (1765-1767)nelle mense d’Europa (le famose
100.000 bottiglie da un quarto di litro...) spiazzando-si dice -lo stesso Tokaji ungherese!
1868: dalla Francia, con amore
Nel 1868 arrivarono nel Collio , grazie al conte Theodore de LA TOUR ( in dote per le nozze -15
febbraio- con la nobile Elvine RITTER de ZAHONI proprietaria di VILLA RUSSIZ in Capriva del
Friuli) le prime viti di Pinot grigio, bianco, nero, Sauvignon ecc.
1968: un secolo dopo ...
Esattamente un secolo dopo venne emanato il Decreto P.R. 25 maggio 1968 con il quale veniva
approvato il primo disciplinare di produzione dei vini DOC COLLIO, apripista di un’epoca
importante in cui progressivamente si puntava all’alta specializzazione, alla qualità ed alla
tracciabilità. Nel 1970 vennero poi approvati i disciplinari DOC Colli Orientali del friuli e Grave
del Friuli e poi, via via, tutti gli altri. La corsa alla bottiglia era iniziata.
1976: la qualità corre su ruote
Qualche giorno prima che il terremoto (6 maggio 1976) mettesse in ginocchio il Friuli l’enologo
Giuseppe Lipari, compendio di laboriosità veneta e creatività siciliana, presentò il Centro Mobile
d’imbottigliamento. Si trattava di un camion su cui era concentrata una linea completa che
consentiva di passare dalla botte alla bottiglia anche ad aziende di piccole dimensioni, prima
d’allora escluse dal mercato. Fu un evento epocale, destinato a dare dignità a viticoltori del cui
lavoro prima godevano altri e che finalmente potevano esprimersi senza timori reverenziali .
Sempre nel 1976 il Premio NONINO-RISIT D’AUR ricordò al mondo intero che il Friuli era terra
di grandi distillati ma ancora prima di grandi vitigni autoctoni, che-finalmente legalizzatirientrarono
nelle vigne di fatto e di diritto.
E, d’un balzo, arriviamo ai tempi nostri
Con il cuore rivolto alle suggestioni del passato ed alle “chicche” di archivio e di biblioteca ed il
ragionamento rivolto alle leggi di mercato i viticoltori friulani, singoli o associati essi siano, si
apprestano ad affrontare le sfide del terzo millennio”.


IL “VIGNETO FRIULI”, PRESENTE E FUTURO
Dagli “autoctoni” agli universali”, dalla damigiana alla bottiglia, dalla “Frasca” all’”agriturismo”,
certamente l’evoluzione dell’ultimo decennio è stata epocale. Se molte aziende hanno passato la
mano per mancanza di ricambio generazionale o perchè letteralmente nauseate dall’appesantimento
burocratico altre, anche di piccole o medie dimensioni, si sono affacciate alla ribalta, anche
nazionale ed estera, contribuendo a far lievitare significativamente la qualità media proprio per
un’emulazione fisiologica da parte di aziende già affermate ma alla ricerca di nuovi stimoli.
QUANTITA’ O QUALITA’ ?
Non c’è dubbio che l’”ettaro lanciato” non ha più senso; dopo la crisi della produzione abbondante
e scadente del 1992 i viticoltori hanno capito che bisogna pensare ai massimi previsti dai
disciplinari (da 110 a 130 q.li d’uva per ettaro secondo le zone e le tipologie) quale riferimento da
decurtare-nel caso di bottiglie da vini strutturati e da invecchiamento, anche del 20-30%). Non a
caso la mitica vendemmia del 1997 è stata povera di quintali e ricca di soddisfazioni. Dal 2002 in
poi sono stati prodotti mediamente non più di 1 milione di ettolitri di vino, di cui almeno il 60%
DOC; ciò è stata conseguenza di nuovi impianti più fitti (Guyot), potature più severe e diradamenti.
SOFFRE IL TOCAI, TIENE IL PINOT GRIGIO
Da oltre 30 anni il Pinot grigio ha premiato chi lo produce e lo vende in bottiglia fuori regione ed
all’estero; è l’uva che non ha risentito delle mode e delle crisi, anche se l’entrata in produzione di
nuovi impianti negli USA, Australia etc. hanno frenato l’esportazione (cosa purtroppo capitata già
anni addietro all’ottimo Pinot bianco).
Poco richiesto dai consumatori friulani ed isontini in genere, il “grigio” è comunque il
portabandiera nelle vendite, soprattutto dal 1997 in poi quando la qualità media si è elevata
decisamente. Non trattandosi di un vino a base aromatica non dovrebbe soffrire neanche in futuro
delle vicissitudini e disaffezioni verificatesi, ad esempio, per Traminer, Muller Thurgau, Moscato e
Riesling e, se vogliamo, anche la stessa Malvasia istriana. Soffrirà-suo malgrado- della spietata
concorrenza straniera succitata.
Il Tocai (ora “Friulano”) resta il vino più amato dai friulani ma è poco capito “fuori porta”. La cassa
di risonanza dei MEDIA a seguito delle querelle friul-ungherese ha chiarito le idee a chi lo
confondeva erroneamente con il “dolce cugino” ma non ha acceso particolari mercati.
Un po’ ha giovato al COLLIO che - “patti dotali “ alla mano - ne vanta una primogenitura in quel
di S.Floriano a far data dal 1632. A dire il vero quando uno straniero si accosta al Tocai (Friulano)
lo apprezza con stupore e ne ribeve volentieri; come facciamo tutti noi. Appunto.
A seguire il Sauvignon, nel qual caso giocano le varie selezioni clonali nostrane o francesi che
privilegiano profumi o sapori o retrogusti. Un bel vitigno e vino, non c’è dubbio, con molte
possibilità ( non a caso è buon cugino genetico del Tocai, che in Slovenia è già stato ribattezzato
Sauvignonasse, nome poco simpatico , alla faccia della bontà del prodotto).
Lo Chardonnay è l’universale per eccellenza, a triplice attitudine (spumante, tranquillo d’acciaio e
da barrique) e buono per ogni latitudine o longitudine. Troppa concorrenza, per farla breve, a livello
mondiale, soprattutto da parte di Paesi senza regole che producono tanto e spendono poco. Una
piacevole alternativa “autoctona o quasi” può essere però rappresentata dalla Malvasia istriana, che
sta crescendo davvero bene in tutte le zone DOC.
PASSITI GARANTITI
Il fascino degli autoctoni storici di casa nostra, soprattutto del Collio e Colli orientali del Friuli,
premia alcune aree vocatissime quali, per la Ribolla gialla Oslavia, per il Verduzzo friulano i
COLLI Orientali in genere(sublimandosi però solo a RAMANDOLO quale DOCG ) ma, se
vogliamo, tutti e tre (più il PIGNOLO) si esprimono superbamente a ROSAZZO, una delle oasi più
invidiate da chi di vigne se ne intende. Se Oslavia è diventata-grazie a produttori “testardi”e spesso
controcorrente-un autentico CRU, non si intravede un grande futuro per il Verduzzo nel Goriziano
(il disciplinare COLLIO addirittura non lo ammette alla coltivazione).
Il PICOLIT? Non è obbligatorio coltivarlo dappertutto (infatti è DOCG solo nel Colli Orientali del
friuli); nel COLLIO il pugno di ettari esistente resterà tale. Tuttavia con adeguata vendemmia
tardiva, ed appassimento sulla vite o, meglio ancora, “ventilato” in cassette a seguire, qualcosa di
buono potrebbe venirne fuori.
DAI BORDOLESI AI ROSSI AUTOCTONI
I viticoltori friulani intelligentemente hanno evitato estirpazioni selvagge di vitigni rossi dal 1993
ad oggi, per rincorrere la moda ed il mercato che ha picchiato forte a favore dei benefici del
resveratrolo e dei polifenoli, contenuti nella buccia delle uve rosse, per la salute umana. A costo di
ingenti investimenti, ad esempio in altre regioni, la base BIANCA friulana (nonché quella del
COLLIO e dell’ ISONZO) è rimasta intatta.
La nuova tendenza è servita a ridare dignità al MERLOT, il più grande rosso friulano ed, al
contempo, dal 1950 ad oggi il più maltrattato.
Peccato che il CABERNET FRANC paghi la sua caratteristica “erbacea” a noi tanto cara e non
apprezzata fuori dal TRIVENETO, dove tutti chiedono CABERNET SAUVIGNON (pure
universalissimo, come lo Chardonnay, ma spesso con le armi spuntate agronomicamente in alcune
nostre zone...).
Lasciamo il TERRANO ai bravi produttori del CARSO TRIESTINO, così come la bianca
VITOVSKA, evitando antipatiche scopiazzature! Lasciamo lo SCHIOPPETTINO ai Colli orientali
e soprattutto a Prepotto, dove crù prestigiosi (Cialla ne è leader) offrono prodotti superbi davvero.
Per il PIGNOLO c’è futuro nelle aree classiche di Rosazzo e di Buttrio, ma la collina friulana in
genere ed un corretto e prolungato affinamento (4-6 anni) comunque sono funzionali ad un rosso
di grande importanza.
UVAGGIO O MONOVITIGNO?
C’è, negli ultimi anni, una certa tendenza a legare la produzione al territorio, privilegiando
l’immagine di questo al monovitigno. Si tratta di un’evoluzione da una mentalità austro-tedesca,
che ha dominato per secoli in queste terre (tuttora in Austria e Germania la varietà è dominante,
anche in etichetta) ad un’altra, cioè quella francese. L’uvaggio friul - giuliano è in gestazione
attiva; potrà diventare un vino di punta quando vi confluiranno ( le aziende che oggi lo fanno si
contano sulle dita di una mano..) importanti e non aromatiche “basi” (in primis il Pinot grigio e duetre
altre...) .
Dopo i COLLI ORIENTALI anche l’ISONZO ha puntato a differenziazioni in sottozone (Rive Alte
e Rive di Giara), frutto di ricerca storica ma soprattutto geopedologica e microclimatica (zonazione,
appunto).
E’un percorso lungo e coraggioso, i cui frutti si coglieranno a medio/lungo termine, quando il
consumatore avvertirà sostanziali differenze fra “ i distinguo territoriali” e la “grande madre”
(FRIULI) che li contiene, tra il Collio e Latisana, tra il Carso e ed Aquileia etc. etc.
PROSECCO O RIBOLLA, CHARMAT O CLASSICO?
Si tratta indubbiamente di un fenomeno nuovo e per certi versi non previsto per la nostra Regione.
In un paio d’anni sono capitate troppe cose insieme per poter pianificare il rapporto vigna-cantinamercati.
Eravamo ancora convalescenti dalla perdita del nome Tocai e del mancato lancio del
Friulano che dal 2008 ad oggi il VIGNETO FRIULI è stato toccato sensibilmente dallo
TSUNAMI PROSECCO .
Dalle colline trevigiane è arrivato, attraverso tutte le varie DOC, al paese carsico omonimo,
tacitando di fatto e di diritto eventuali rivalse ( vedi Tocai-Tokaj) .
Per un bel sinonimo che se ne va (GLERA) non per questo nel Carso triestino si rinuncerà a
Malvasia e Vitovska “ ferme” per rincorrere le bollicine .
Al momento l’interesse maggiore per il PROSECCO DOC BRUT resta localizzato nella Riviera
Friulana (da “Latisana“ ad “Aquileia”), abbastanza nelle GRAVE (ed un po’ meno nella zona DOC
“ISONZO .
La collina deve riflettere se giocarsi la splendida Ribolla gialla “ferma” (nelle due DOC circa 170
ettari vitati) per tuffarsi nel grande “mare mosso” o arroccarsi nei propri disciplinari.
Per ovvi motivi di prezzo sorgente (e possibilità di buoni ricarichi) gli spumanti d’autoclave
“tirano” bene e piacciono ai giovani che non sempre possono permettersi Champagne o
Franciacorta. Resta da vedere cosa succederà nel medio periodo .
Certo è che il mercato delle uve 2010 e 2011 ha premiato proprio Prosecco e Ribolla, quanto e più
di Pinot grigio e Sauvignon, ma ha penalizzato le uve rosse. Di fronte quotazioni impensabili fino a
poco tempo addietro ed ai capricci del mercato, ogni filosofia o sentimento, purtroppo, vanno a farsi
benedire!
CONCLUSIONI
Ed allora con i consumi portati a colpi di crisi globale ed etilometro intorno ai 40-45 litri
pro/capite all’anno e la patente di guida da difendere in balìa del proibizionismo dopo ogni cena non
c’è dubbio che anche in Friuli, nel 2012 (e seguenti.) si berrà sempre meglio-e meno-ma con
giudizio.Si spenderà qualche lira di più, ma non ci sarà da pentirsene.
Chiuderà qualche frasca e qualche osteria ”tappo a corona”; apriranno nuove enoteche e wine bar
(che a loro volta chiuderanno i battenti se tireranno troppo la corda con i ricarichi...).
La vigna non è un orto, in cui ogni anno si possono cambiare le regole del gioco. Quando si sceglie
una varietà, una forma d’allevamento, ciò deve valere per 20-30 anni. I vignaioli non possono più
rincorrere le manie ed i capricci dei propri clienti, che troppo spesso si improvvisano consulenti ed
enologi. Una certa debolezza in tal senso ha portato cantine di piccolo-medie dimensioni a dover
gestire anche 10-15 vini, impazzendo ad ogni travaso.
Sta maturando oggi l’idea che con due-tre bianchi e uno-due rossi, insieme ad uvaggi seri e
rappresentativi del territorio d’origine si può lavorare bene e meglio.
Autoctoni ed “acclimatati” (soprattutto i già citati Pinot grigio e Sauvignon) potranno convivere
senza farsi le scarpe a vicenda.
I primi garantiranno la memoria storica, la suggestione, l’aneddoto, l’aggancio alle proprie radici,
molto cari ad un consumatore colto e portato ad apprezzare il vino non quale bevanda bensì quale
strumento da meditazione. I secondi accontenteranno il palato ma soprattutto il conto in banca del
viticoltore.

Da : www.terredelvino.net/it/articolo/il-vigneto-friuli-…-al-bivio-fra-il-fascino-deivitigni-
autoctoni-ed-il-mercato-di-quelli-universali


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