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Questione di tappi

Nel mondo del vino, come in tanti altri mondi, esistono dei luoghi comuni difficili da sfatare. Uno di questi, principalmente italiano, è che la migliore chiusura per una bottiglia di vino sia il tappo in sughero, sia esso naturale, accoppiato o tecnico. Infatti, soprattutto in Italia, le chiusure alternative come il tappo a
vite e il tappo in vetro non riescono a scalfire il gesto ancestrale del cavatappi che estrae il tappo in sughero dal collo della bottiglia. Complici il primo imbottigliamento nell’azienda in cui opero e un recente viaggio nel sud della Stiria, il tappo a vite e il tappo in vetro sono riusciti ad alimentare ulteriormente la mia voglia di conoscenza e di sperimentazione su questo tipo di chiusure.
Il vino sigillato con il tappo a vite avrà una evoluzione diversa dallo stesso vino chiuso con tappo in sughero: il primo vivrà in un ambiente “riducente” e cioè in totale assenza di ossigeno, mentre il
secondo vedrà entrare lentamente dalla porosità naturale del legno un po’ di ossigeno. Quindi serve conoscenza ed esperienza prima di iniziare l’avventura. Ero convinto fino a poco tempo fa che
le chiusure alternative fossero adatte principalmente per i vini giovani, quelli cioè da consumarsi entro i due-tre anni di vita. L’esperienza personale era che il medesimo vino d’annata imbottigliato allo stesso momento con tappo a vite e sughero, si presentasse alla degustazione, dopo alcuni mesi di affinamento, completamente diverso: il primo era sicuramente più integro, fresco e vivace del secondo. La degustazione di una lunga serie di vini di grandi produttori stiriani ha sfatato completamente la mia credenza. Il roteare, nell’atto dell’apertura, del tappo a vite o in vetro di una bottiglia datata di Alois Gross, di Walter Polz, piuttosto che di Willi Sattler o di Manfred Tement, se in quell’attimo sembrava un gesto eretico, appena degustato il vino faceva crollare in pochi secondi tutti i luoghi comuni. L'articolo completo sul numero di agosto del mensile qbquantobasta.

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