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Anteprima Mare e Vitovska 2018

Al NH di Trieste serata scintillante, croccante, vivace, coinvolgente. Affollatissima. Protagonista la Vitovska di otto produttori (sette italiani e uno sloveno) che hanno scelto dal loro archivio anche bottiglie preziose di annate fino alla 2006. Per confronti emozionanti. Ospite d’onore dell’appuntamento dell’Associazione Viticoltori del Carso - Društvo Vinogradnikov s Krasa coordinato magistralmente da AIS Delegazione di Trieste era Nicola Bonera, miglior sommelier AIS 2010 e neoeletto consigliere nazionale del sodalizio. Un'anteprima che prelude all'appuntamento del 15 e 16 giugno al Castello di Duino per la 12esima edizione di Mare&Vitovska. 

All’insegna delle assonanze Bonera ha voluto raccontarci in un rapido excursus tanti vini bianchi da vitigni autoctoni la cui storia e le cui caratteristiche potevano fare da preludio alla scoperta successiva delle Vitovska. Una diversa dall’altra eppure tutte riconoscibili grazie ad alcuni precisi elementi sensoriali. Un autoctono versatile che ci insegna a non dare mai niente per scontato, come ha chiosato Bruno Cataletto Ais FVG a fine serata. Tralasciando il Furmint dall’acidità prorompente e lo Zelen fresco e vivace, Bonera ha cominciato la sua partitura di tutti i colori del bianco. Prie Blanc, il vitigno a piede franco che cresce in Val d’Aosta, allevato in pergole basse dall’ampio apparato fogliare, a 1000 mt sul livello del mare e che sa resistere al freddo e ai venti. Come la Vitovska. Arneis, un altro vino che ha saputo resistere al freddo dei secoli, il Bianchetto o Nebbiolo bianco menzionato già nel 1480 (Renesio, Ormesio, Arnesio, arnese, Arneis). Cortese- corteis: un bianco piemontese di Gavi, vino pregiato destinato ai nobili come si evince dal nome. Può durare vent’anni e più, le bottiglie vengono messe in vendita a 10 anni dalla vendemmia. Ed ecco la seconda assonanza con la Vitovska: la durabilità. Il nuovo flash di Bonera illumina la Garganega dai profumi di mandola e fiori bianchi: Soave Gambellara Recioto e un Dna complesso che ci mette direttamente in contatto con la Vitovska. Per venti e più anni si conserva in bottiglia l’Albana (da albus cioè bianco) dagli acini con buccia coriacea. Il versatile Vermentino, una sorta di Sauvignon italiano, un vino che fa risaltare il terroir: un vitigno che sente il mare, come la Vitovska. Pigato e poi Verdicchio, Trebbiano di Soave, un vino capace di diventare longevo, il Fiano dal sentore di nocciole con importanti precursori aromatici e un Dna complesso. Ager Falernus, il Greco, che richiama l’Erbaluce di Caluso, detto anche Greco delle colline novaresi. Vernaccia di Oristano di cui già si parla in documenti della metà del 1330. Il panorama di un’Italia che a buon diritto si chiamava Enotria e che Bonera ha saputo dispiegare davanti ai nostri occhi con le sue parole. E ancora il moscato verde austriaco dal sentore di pepe bianco, il Grüner Veltliner, incrocio naturale di Traminer, cioè Savagnin blanc con il St. Georgen, un vino che nella Wachau austriaca viene spesso macerato sulle bucce e si fa bere con godimento anche dopo 30 anni. E il Godello galiziano dai toni eleganti e fioriti, spesso macerato sulle bucce con i mosti. E lo Xarel-lo, grappolo medio, vitigno usato per il Cava spagnolo, con i suoi sentori di terra e cortecce e i tocchi agrumati.  A questo punto eravamo pronti per scoprire un mondo nella Vitovska che ci veniva raccontata dai produttori e servita dallo staff dell’AIS.

(continua)

La frase di Bonera da ricordare: “Ho salvato queste vecchie viti” dicono alcuni viticoltori benemeriti. E ricevono ovviamente applausi. Ma nessuno che dica: “Scusate, alcuni decenni fa ho distrutto tante viti di autoctoni perché non rendevano, non rispondevano al mercato; li ho abbandonati non per ignoranza ma per comodità”.

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