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Lettera da Milano di Emanuele Bonati

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Pubblichiamo on line l'articolo di Emanuele Bonati uscito sul numero di marzo del mensile qbquantobasta. "Potrei scrivere una Lettera da Milano ogni mese facendo un elenco di vecchi (e nuovi) locali chiusi, e di nuovi (ma anche vecchi) locali aperti, in città. E di errori di comunicazione, nelle aperture, ma non solo, da parte dei locali, delle loro agenzie, e social media manager. Da un lato, c’è un turnover di locali, con una frequenza che lascia sconcertati. Dall’altro, la comunicazione di quello che accade avviene in modo approssimativo. Siti web in preparazione, spesso ancora dopo settimane o mesi dall’apertura; pagine Facebook, il cui scopo dovrebbe essere quello di riportare quasi in diretta la vita neonatale del locale, che riportano innumerevoli immagini del profilo, loghi del locale, e qualche piatto, senza particolari attrazioni o interazioni – spesso però vantando decine e centinaia e migliaia di fan di mipiace di amici già giorni prima dell’inaugurazione, così, sulla fiducia (non che sia un dato negativo in sé: ma a volte le migliaia sono davvero troppe). E fa comunque tristezza vedere locali più o meno grandi, piccoli, famosi, recenti, vetusti, chiudere. Qui parliamo di posti dove si mangia, ma lo stesso accade in molti altri comparti del commercio – l’abbigliamento, a esempio, ma anche le librerie. Ultima, La Tramite, in Porta Romana: un nome storico da più di settant’anni: è aperta dal 3 agosto (giorno del mio compleanno!) del 1946, in irreversibile crisi economica. E l’anno scorso, hanno chiuso altre 11 librerie indipendenti. Chissà se e quante saranno sostituite da ristoranti.

Le nuove aperture sono molto spesso di carattere etnico: ristoranti giapponesi e cinesi “autentici”, con cuochi e cucine regionali ben precise, nepalesi (Achar in Pier della Francesca), filippini (Yum in Coni Zugna) e via andando. E stanno arrivando anche le grandi catene internazionali. Apripista Sagami, che ha aperto l’anno scorso un fortunato temporary presso WellKome, in via Bezzecca (e la collaborazione continua); ma ora è sbarcata anche la giapponese Toridoll, 1200 ristoranti nel mondo, con un ramen bar in via Vigevano (al posto di un ristorantino napoletano, Vesù), a cui seguirà, a poche decine di metri, un ristorante specializzato in “assaggini” tipo tapas, sempre dello stesso gruppo. Altri locali seguiranno in tutta Italia. Ma a proposito di multinazionali la notizia vera è lo sbarco di Starbucks a Milano, per l’esattezza nell’ex-palazzo delle Poste in piazza Cordusio. Atteso e preannunciato e smentito e sussurrato da anni e anni, auspicato dalla maggior parte dei viaggiatori che lo hanno frequentato un po’ dappertutto nel mondo, osteggiato dai “no-a-prescindere” che si fanno sentire ormai su tutto. Un po’ dappertutto. Starbucks dopotutto, vende caffè, che non è così controverso come possono essere le patatine e gli hamburger. Non è sicuramente il caffè fatto nella cuccuma, né quello della moka, né il nostro espresso: lo assaggeremo anche noi che non viaggiamo, e ci pronunceremo. Ma dovremo aspettare: inizialmente si parlava di estate-autunno, ora si è già passati a inizio 2018.

Potremo ingannare l’attesa all’ombra delle palme e dei banani che Starbucks sta piantando nell’aiuola di fronte al Duomo: anche se – indovinate? – non mancano le polemiche. A Milano moltissime aiuole sono “sponsorizzate”, curate cioè da aziende che poi mettono un cartello in un angolo che attribuisce loro la curatela; questa, in fondo a Piazza del Duomo, è stata affidata, su concorso, a Starbucks. L’idea dell’architetto Marco Bay è quella di recuperare un’area verde fiorita (ci saranno anche arbusti e piante da fiore) ripristinando alcune tipologie di piante già presenti in loco nell’800. Ci sono infatti foto del monumento a Vittorio Emanuele circondato da giardinetti con palme: quindi, perché no? Ah, già – NO! – a prescindere".

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