cibo, vino e quantobasta per essere felici

Acquista la copia digitale!

Questo sito utilizza i cookie e tecnologie simili.

Se non si modificano le impostazioni del browser, l'utente accetta. Per saperne di piu'

Approvo

Informazioni sui cookie

Nel rispetto della Direttiva 2009/136/CE, ti informiamo che questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, per migliorare la tua esperienza e offrire servizi in linea con le tue preferenze. Attraverso i cookie possiamo personalizzare la tua esperienza utente e studiare come viene utilizzato il nostro sito web. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsenti all'uso dei cookie.

Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie vai alla sezione

Cookie Policy

Se non si modificano le impostazioni del browser, l'utente accetta.

Appunti sul convegno dedicato al Castello ritrovato (Varmo)

Suggestioni letterarie hanno dato l’avvio a un coinvolgente e articolato convegno dal titolo “il Castello ritrovato” nella sala consiliare del Municipio di Varmo (Ud). In molti fra le numerose persone presenti abbiamo pensato a Il Conte di Varmo di Ippolito Nievo, ma il tema dell’incastellamento fluviale con le connesse problematiche archeologiche si è immediatamente palesato come più profondo, stratificato, tale da offrire comunque agli abitanti del luogo e non solo, una percezione di profondità e lo sviluppo di una coscienza civile di appartenenza. Per saperne di più sul convegno leggete https://www.qbquantobasta.it/luoghi/6446-il-castello-ritrovato-convegno-sulle-indagini-archeologiche-e-storiche-nel-varmese
Castelli di Varmo e della Bassa: cosa ne sanno gli storici? è stata la domanda a cui ha cercato di rispondere il primo intervento, che è partito da un volume caposaldo sull’argomento, precisamente “I castelli medievali” di Aldo Angelo Settis e da un’opera di Minotti. A buon diritto c’era dunque grande attesa per le rivelazioni che di lì a poco avrebbero fatto gli archeologi impegnati in varie ricognizioni nel Varmese. Ma prima un breve e interessante excursus fra le variazioni di tecniche costruttive intercorse fra alto e Basso Medioevo. con la svolta del XII secolo, il significato della cerchia muraria della torre e del dongione, cioè la zona riservata alla residenza del castellano. una panoramica sul senso sociale di organizzazione, di appartenenza, di dominazione e insieme di protezione. Castello come funzione pratica e come funzione rappresentativa. Anche i Patriarchi possedevano una serie di castelli in funzione del controllo del territorio, contrapposti al conte di Gorizia. Il controllo fondamentale era quello dell’asse del Tagliamento e anche Varmo, di cui si hanno notizie certe già dal 1160, sorgeva su quell’asse. E’ del 1325 una descrizione del muro del Castello, della torre e del palatium, la residenza. E alla metà del 1300 i castelli diventano due, Varmo di sopra e Varmo di sotto. E naturalmente c’è la “villa” di Varmo (Vil di Var). Il 12 giugno 1596 la piena del Tagliamento distrugge i due castelli fluviali. Quell’acqua che era stata fonte di ricchezza per i traffici fu anche causa di distruzione e morte. Il castello venne venduto a pezzi a commercianti di pietra per una somma modesta, pari a 340 ducati. Il castello non c’era più, il fiume non serviva più.


Il Friuli fu terra di castelli, tutti diversi uno dall’altro, sottolinea la prof. ssa Minguzzi. Non esiste una tipologia definita, ma certamente esistevano i castelli d’acqua considerando l’importanza della navigazione endolagunare, e di controllo di un fiume come lo Stella, il fiume navigabile più a nord del Mediterraneo. Strassoldo, Ariis, Flambruzzo, Varmo nomi di luoghi che un tempo avevano ruolo e rilievo. Ma di Varmo non ci sono più tracce. Ecco allora l’importanza di verifiche archeologiche, a partire da studi cartografici, ma lavorando con prospezioni geomagnetiche, metodi di indagine non invasivi, realizzati con una équipe di archeologi polacchi che hanno esaminato le caratteristiche fisiche del terreni. Il magnetometro misura la differenza di resistività elettrica di elementi sepolti, come ha ben spiegato Laura Biasin, segnalando interferenze registrate come anomalie. 11mila metri quadrati percorsi e perlustrati, forse un paleoalveo di millenni, ma un’evidenza configurata di dimensioni di circa ottanta x venti metri, con una piccola appendice. Sarà il castello? Sarà la torre?

Il professor Grandinetti ha focalizzato il suo intervento sulla riscoperta del territorio e dell'architettura storico rurale peculiare di Varmo – in funzione di turismo slow - citando il "fogolar dai fraris" del Priorato e il Canevon di Villa Piacentini conservato e utilizzato ancora come un tempo. Ha elogiato l’amministrazione comunale che investe in maniera significativa sulla cultura, investimento che potrà diventare fonte di reddito. Ha offerto la sua esperienza di architetto per collaborare con l'Università di Udine nelle prossime fasi del progetto. E a conclusione il cerchio si chiude di nuovo con riferimenti letterari grazie all’excursus del professor Brusadini che, partendo dalla "Vaga riviera" di Nievo ha declinato le varie sfumature della parola "Vagare", come osservare e apprezzare lentamente quello che ci circonda. Il territorio della nostra identità.

Salva

Per poter commentare l'articolo è necessaria la registrazione.

Se sei già registrato devi effettuare l'accesso.

Informazioni