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Propio 'n bel sogno: 'na specie de Istria

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mostra fotografica di Manlio Malabottamostra fotografica di Manlio Malabotta

«Il mio curriculum lo troverà nella notizia delle poesie, e a esse posso aggiungere che dal 1933 non vivo più a Trieste, che dal 1946 sono a Montebelluna, che prima ho soggiornato sul Carso (Comeno) e in Istria (Montona) e che la terra che più amo è proprio l’Istria» così scrive Manlio Malabotta nel 1969 a Jacopo Cella, direttore della Società istriana di archeologia e Storia patria del Veneto.  Montona e l’Istria tanto amata sono le protagoniste di questa mostra allestita nella sede del Civico Museo della Civiltà Istriana Fiumana e Dalmata che ci fa scoprire altre passioni di Manlio Malabotta: una madonnina del 1200 trovata in una semplice cucina istriana e lo struggente ricordo di un mondo scomparso, riflessioni, appunti, spesso inediti, e versi di Malabotta ci ricordano, ancora una volta, quanto la “costa orientale” fosse parte integrante della sua vita. E poi le colline e le nuvole dell’Istria, un battesimo a Montona, la piazza di Rovigno, la spensierata gioia sul molo di Salvore, momenti di festa a Visinada e una serie suggestiva di immagini realizzate a Fiume sono la felice scoperta di questa mostra, grazie alla generosa disponibilità di Franca Fenga Malabotta. Tutte le fotografie esposte hanno almeno 75 anni di età ed è sorprendente che l’insulto del tempo e la sottile, sotterranea azione degli agenti chimici necessari al loro sviluppo, non abbia intaccato i sali d’argento della loro emulsione. Il restauro digitale effettuato su ogni file uscito dallo scanner, ha così potuto riportare tutte le immagini all’antico splendore, restituendo allo stupore degli occhi di chi le guarda, la struttura della composizione, la scala dei grigi e ogni dettaglio inserito dall’autore nell’inquadratura.

Manlio Malabotta ha realizzato tutte queste foto con una “Leica”, un apparecchio di piccolo formato, agile, poco pesante, da usarsi a mano libera. Lui era un amateur, un fotografo che realizzava immagini per passione, scrivendo con la luce sulla pellicola quanto colpiva la sua immaginazione, la sua cultura, la sua sensibilità. Poteva raccontare liberamente, creare le immagini a proprio piacimento perché era svincolato dalla committenza, dal risultato finale dettato da un cliente. In sintesi era libero. Al contrario i fotografi professionisti negli Anni Trenta erano obbligati e affezionati alle pesanti e statiche fotocamere a lastre, fissate a un cavalletto ben piantato nel terreno. In più dovevano rispondere al cliente che si era rivolto al loro studio e che avrebbe pagato le stampe ricavate dai negativi. Era quasi impensabile che questi fotografi usassero un apparecchio di piccolo formato come la “Leica”, apparso sul mercato italiano nei tardi Anni Venti. Pochi avevano capito le sue grandi possibilità espressive collegate all’uso a mano, alla scelta dell’inquadratura non vincolata al cavalletto, alla grande autonomia diretta conseguenza dell’uso della pellicola cinematografica. Trentasei immagini erano contenute in ciascun rullino e potevano essere scattate quasi a raffica, senza dover togliere necessariamente l’occhio dal mirino.

Manlio Malabotta ha capito queste potenzialità del nuovo apparecchio e le ha usate sapientemente, sfruttando anche l’intercambiabilità degli obbiettivi. Assieme ai 40 rullini sono emersi anche due ottiche costruite a Wetzlar dallo stabilimento della Leitz. Risalgono anch’esse agli Anni Trenta: lo si deduce dai numeri di serie incisi nel metallo delle montature. Questi due obiettivi, un grandangolo e un medio teleobiettivo, dimostrano l’attenzione, la cura, l’ansia di realizzare l’inquadratura “giusta” e pensata che contrassegnava la creatività narrativa dell’autore. Anche in questo Manlio Malabotta è stato un precursore. Alla “Leica” e alla precisione meccanica e ottica di questo apparecchio il notaio sarebbe stato fedele in tutta la sua attività di fotografo.

Le fotografie esposte in questa mostra “nascono” da negativi che hanno una dimensione di soli 24 per 36 millimetri. Nell’emulsione di questi “francobolli” è racchiuso un universo rimasto nascosto per 75 anni. Non esiste infatti, o meglio, non è emersa alcuna stampa su carta ricavata da questi 40 rullini. Molto probabilmente sono state spazzate via assieme ai libri biblioteca del notaio, dalla guerra che ha sconvolto l’Istria a partire dal settembre 1943.  Restano invece le due immagini di Visinada stampate nel settembre 1937 sulle pagine di «Omnibus» Due immagini di cui non si conosceva l’autore fino a pochi giorni fa, un mistero che questa mostra ha svelato.


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