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Una polenta da Oscar con Dante Spinotti

Dante Spinotti, residente a Los Angeles, torna spesso nella sua amata Carnia (è originario di Muina, frazione di Ovaro). Spinotti sfonda nel cinema statunitense firmando la fotografia di L’ultimo dei Mohicani (1992) di Mann, Nell (1994) di Michael Apted, Pronti a morire di Sam Raini (1995), Bandits (2001) di Barry Levinson. Sua la fotografia di La leggenda del Santo Bevitore (1988) e Il segreto del bosco vecchio (1993) di Olmi, Una vita scellerata (1990) di Battiato, L’uomo delle stelle (1995) di Giuseppe Tornatore, Pinocchio (2002) di Roberto Benigni.

Lo abbiamo intervistato per qbquantobasta, ospite della Tenuta Conte Romano a Manzano, mentre per l’occasione, il padrone di casa Pietro, coadiuvato dal figlio Augusto, prepara la
polenta con maestria carnica, con il paiolo sul fuoco del caminetto.

Qual è stata la dote più importante che ha saputo far fruttare per il suo talento?
Tanta casualità, creatività, qualche fortunata coincidenza. Ma anche passione e costanza. A scuola avevo 8 in disegno ed ero molto bravo a trattare le ombre e le luci.

Come è nato il suo amore per la fotografia?
Fu mia madre a regalarmi la prima macchina fotografica. Da piccolo ero la disperazione dei miei genitori che mi mandarono in Africa dallo zio che in Kenya realizzava cinegiornali per la BBC. Entrai così nel mondo degli adulti. Questa passione per la fotografia mi portò, tramite Mario Rigoni Stern, a lavorare a Milano per la RAI. A tempo determinato però, come assistente operatore per gli sceneggiati da La freccia nera di Anton Giulio Majano a Camilla con Giulietta Masiero, della quale conservo ancora una foto. Ho lavorato anche per documentari culturali, ricordo per esempio Parlare, leggere, scrivere (1973), una storia sceneggiata della lingua italiana raccontata da Tullio De Mauro, Umberto Eco e Piero Nelli.
Gli esordi nel cinema?
Feci il mio esordio nel cinema come direttore di fotografia ne Il minestrone (1980) di Sergio Citti. A Roma mi chiamavano “il milanese”. Divenni libero professionista grazie al produttore Dino De Laurentiis.
Fino ad arrivare all’Oscar alla carriera…
Un omaggio dei colleghi direttori di fotografia, come lo è il premio ricevuto anche in Polonia e in Macedonia.

Cinema italiano o americano? In America la sceneggiatura è molto importante, solo se è valida viene prodotto un film. Anche la formazione e la scuola occupano un posto di rilievo. Il cinema è idee, senza idee non c’è film. Non hanno mai dimenticato di dialogare con il pubblico: questo è il loro segreto. In Italia il problema è che le raccomandazioni hanno rovinato le capacità degli operatori cineasti e le competenze professionali.

Fra le star di Hollywood chi le ha insegnato qualcosa di importante?
Sicuramente Michael Mann, regista, sceneggiatore e produttore cinematografico statunitense: un genio con il quale mi piace confrontarmi e che mi ha fornito l’opportunità di crescere in una buona palestra professionale. Il mio esordio nel cinema statunitense avvenne proprio con la fotografia nel film L’ultimo dei Mohicani (1992) di Mann.

Che cosa significa per lei mantenere le radici carniche? E quali di queste radici ha potuto o voluto trapiantare in California?
Nel salotto di casa mia a Los Angeles e anche nelle altre stanze ci sono fotografie della casa di Muina e del paesaggio carnico. Tornando dalla Carnia porto sempre la farina per la polenta. Anche questa volta sono pronti i pacchetti sottovuoto – anche se mi appesantiscono la valigia – di una selezione speciale del mugnaio Firmino di Illegio.
A casa sua passano tanti amici importanti: hanno modo di assaggiare la sua polenta?
Chi collabora per i film per i quali lavoro conosce la mia polenta che preparo molto volentieri a casa. Generalmente sono molto curiosi di assaggiarla a seguito dei miei racconti.

La polenta, un piatto povero ma ricco di valori e di simboli...
Ricordo da bambino, in vacanza in Carnia assieme ai miei cugini, eravamo ospiti per una giornata a pranzo dai vicini di casa per mangiare polenta e frico. Null’altro. Ricordo il calore della stufa, la polenta preparata in maniera magistrale e il frico con le patate. Con il tempo questo incontro è diventato la mia scuola di cucina con la signora Lucia che a 94 anni ancora mi insegnava i suoi segreti.

Che cosa significa per lei e sua moglie la casa di Muina?
Sono le nostre radici, abbiamo la necessità di sentire il passaggio delle stagioni, di rivedere il paesaggio, le montagne. Così ogni Natale ritorno assieme alla mia famiglia in Carnia. Come quando ero piccolo.
Come raffigurerebbe il Friuli di oggi?
Il mio documentario – di 30 anni fa – “La Carnia tace” è ormai uno storico. Due anni fa ho realizzato un’inchiesta che non è attualità, è una realtà in continua evoluzione. A breve uscirà il DVD, grazie alla preziosa collaborazione dell’amico Livio Jacob, direttore della Cineteca del Friuli: un mio contributo per far riflettere e trovare lo spunto per ripartire e valorizzare un territorio che il mondo – se lo conoscesse – potrebbe invidiarci. È necessario proteggere il territorio in continua trasformazione.

La polenta è ormai pronta, mentre degustiamo i vini di casa Romano: Friuli o Napa Valley?
Sicuramente Friuli: non è il caso di discutere, anche se i californiani hanno migliorato molto grazie anche ai consulenti e tecnici italiani. I loro vini sono molto costosi e questa potrebbe essere una opportunità per noi.
Quali sono i piatti che preferisce della cucina americana?
Ci sono molte culture, molte tradizioni diverse…il tacchino nel giorno del Ringraziamento potrebbe rappresentare l’unione di tutti; ma non c’è la nostra raffinatezza, il nostro
gusto e l’apprezzamento italiano per il cibo, anche se la carne è buonissima, straordinaria.
I suoi prossimi impegni di lavoro
Sono in partenza per New York per visionare il montaggio del mio ultimo lavoro, una storia ben scritta della mia carissima amica Trudie Styler, la moglie di Sting, nel suo primo film da regista. In attesa della “luce verde” per un nuovo film a giugno/luglio 2016.

È giunta l’ora di assaggiare questa polenta da Oscar!
Nella foto da sinistra Dante Spinotti, Livio Jacob, in piedi Pietro e Augusto Romano. Augusto, enologo, ci propone con orgoglio i suoi vini dei vigneti che
circondano l’azienda. Anche qui le radici sono importanti, da oltre 80 anni i Romano coltivano le viti e in particolare un grande vitigno a bacca bianca: il Tocai Friulano. Un vino prodotto da viti di oltre 70 anni curate con grande esperienza, che riescono a trasferire nel bicchiere il sapore del Friuli. Ed è proprio con il Tocai di Augusto Romano, che Dante Spinotti
brinda con i lettori di qb.

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