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Proprietà collettive: riconoscimento costituzionale

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Le “Norme in materia di domini collettivi” sono Legge della Repubblica. La storica approvazione e il riconoscimento pieno delle funzioni economica, sociale e ambientale della Proprietà collettiva di migliaia di Comunità rurali e alpine d’Italia sono giunti il 26 ottobre 2017. Con il voto unanime della Camera dei Deputati (294 voti favorevoli, 0 voti contrari e 3 astenuti), si è concluso l’iter della Legge “Norme in materia di domini collettivi”, già approvata dal Senato il 31 maggio. Nessuno potrà più considerare i Beni che le Comunità locali continuano a godere collettivamente, in forma indivisa e per diritto consuetudinario, un relitto del passato da “privatizzare” o “nazionalizzare”. L’articolo 1 della nuova norma, firmata dai senatori Giorgio Pagliari (Emilia-Romagna), Bruno Astorre (Lazio), Nerina Dirindin (Piemonte) e Francesco Palermo (Bolzano), dichiara solennemente che «La Repubblica tutela e valorizza i beni di collettivo godimento, in quanto: a) elementi fondamentali per la vita e lo sviluppo delle collettività locali; b) strumenti primari per assicurare la conservazione e la valorizzazione del patrimonio naturale nazionale; c) componenti stabili del sistema ambientale; d) basi territoriali di istituzioni storiche di salvaguardia del patrimonio culturale e naturale; e) strutture eco-paesistiche del paesaggio agro-silvo-pastorale nazionale; f) fonte di risorse rinnovabili da valorizzare ed utilizzare a beneficio delle collettività locali degli aventi diritto». Il riconoscimento diviene ancor più solenne, in virtù del suo ancoraggio costituzionale. I diritti dei cittadini «di uso e di gestione dei beni di collettivo godimento», in base alla nuova legge, non vanno riconosciuti soltanto perché «preesistenti allo Stato italiano», ma soprattutto perché ciò viene richiesto dalla Costituzione, in «attuazione degli articoli 2, 9, 42, secondo comma, e 43». Le “Norme in materia di domini collettivi” si prefiggono la valorizzazione di un patrimonio agro-silvo-pastorale immenso. Il pur incompleto Censimento dell’Agricoltura, portato a termine nel 2010 dall’Istat, ha evidenziato che quasi il 10% della Superficie agricola italiana – quasi 2 milioni di ettari su 17 – appartiene alle Comunità titolari di Assetti fondiari collettivi, come hanno sottolineato sia il deputato friulano Giorgio Zanin che si è adoperato  per il traguardo del 26 ottobre, sia la Consulta nazionale della Proprietà collettiva. Secondo il parlamentare  di San Vito al Tagliamento, i passi in avanti decisivi riguardano anche «il riconoscimento della centralità della Comunità come “soggetto neo-istituzionale”» e della funzione imprenditoriale degli Enti gestori delle terre di collettivo godimento quale motore di sviluppo locale e la promozione di nuovi modelli economici, orientati alla gestione sostenibile e solidale delle risorse naturali, con ricadute sulla «conservazione dei caratteri identitari dei territori» e per la valorizzazione degli ambienti naturali antropizzati, in un’ottica di protezione dell’ambiente e del paesaggio. «Grazie a questa Legge, che riconosce la “dimensione costituzionale” dei Domini collettivi, tutte le Comunità rurali e montane del nostro Paese potranno tornare protagoniste nella costruzione del Bene comune e le straordinarie potenzialità economiche, socio-politiche e ambientali dei nostri Domini collettivi potranno essere sviluppate al meglio… I Domini collettivi, riconosciuti e valorizzati adeguatamente, non consentiranno alle popolazioni rurali di ricavare dai propri patrimoni soltanto le utilità tradizionali (legna da ardere e da costruzione, piccoli frutti, erbe spontanee, funghi, prodotti ittici…), ma soprattutto garantiranno la possibilità di gestire attivamente i “valori patrimoniali collettivi” come elementi propulsivi di un’economia solidale e autosostenibile e come basi materiali per una produzione economica finalizzata alla crescita della comunità territoriale e della sua capacità di autogoverno».

 

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